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(NO TITLE)

Non ti ho chiesto niente.

Ma mi hai presa - il tuo braccio intorno alle mi spalle - e hai lasciato che le mie braccia ti stringessero la vita.

E hai lasciato che iniziassi a piangere in silenzio, bagnandoti il petto dalla parte del cuore.
 

MY FAVORITE GAME

Ho fatto il tuo gioco perché non so stare zitta. Mai.

Ho preso l’ennesima inculata.

Troppo cogliona – direbbe qualcuno.

Troppo buona – dico io.

Non tocca più a me.

Non mi tocca più.

 

 

(NO TITLE)

Sono tornata.

Un po’ stanca, un po’ distrutta dal viaggio in nave tutt’altro che tranquillo.

È stata una settimana importante. Molto.

Quel sesto senso che mi fa già sapere come va a finire.

Quel sesto senso che a volte vorrei zittire.

Quel sesto senso che mi salva.

Sono tornata.

Sono pronta per ripartire.

Finalmente davvero felice.
 

BUON PROPOSITO

Odio discutere per lavoro.

Odio il fatto che questo ci faccia innervosire e interferisca con noi.

Stavolta me lo impongo sul serio: basta discussioni su ordini, date, e materiali.

Basta.

VIAGGIARE PARTIRE

Il mal di testa mi attanaglia ormai per il terzo giorno consecutivo.

Succede sempre così prima di una partenza, o di un evento che mi porta un po’ via la testa.

Che la testa si ribella e vuole farsi sentire. E pulsa, come avessi un chiodo nel cervello, sempre dalla stessa parte, la sinistra.

Ormai sono una drogata di Novalgina, quasi assuefatta.

 

Ultimi preparativi prima della partenza. Questa settimana è la più pregna da un paio di mesi a questa parte. Ho il tempo compresso,

i minuti contati, e da fare cose infinite, che si spintonano per starci tutte nel poco spazio che ho a disposizione.

 

Silvia domani ci lascia: ha trovato un posto migliore dove andare a lavorare. Da lei mai e poi mai me lo sarei aspettata, ma sono contenta.

37 anni di donna, ed un uomo solo: Babbo Natale.

Speriamo che il nuovo posto le porti non solo soddisfazioni lavorative ed economiche, ma anche appagamento suino. Le ci vuole.

 

Non è per niente come avevi immaginato. Proprio per un cazzo. Ma ti piace.

IL MOMENTO GIUSTO

C’è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace (Qo 3,2-8)

 

 

Un po’ come quando sei in macchina di ritorno da una cena con gente che stai imparando piano piano a conoscere e vuoi mettere un po’ di musica: prendi la custodia che sta lì nella portiera, ed estrai il primo cd che capita.

C’è scritto “tranquilla” con una scrittura che non riconosci.

Lo metti su e parte Nek.

La mano di fianco a te inizia a schiacciare su forward in continuazione, poi eject.

Ti dispiace se lo butto? - Apre il finestrino – la macchina in corsa – e getta il cd.

Scusa, me n’ero dimenticato – ti dice, mentre le sue labbra mangiano le tue.

 

 … un tempo per serbare e un tempo per buttar via

LE PARABOLE DEL REGNO

<<Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare,

così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato

ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata>> (Is 55, 10-11)

 

<<(…) Ecco, il seminatore uscì a seminare. E mentre seminava, una parte del seme cadde sulla strada

e vennero gli uccelli e la divorarono. Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra;

subito, germogliò, perché il terreno non era profondo. Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo

radici si seccò. Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde

sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.

(…) Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l’uomo che ascolta la parola e subito l’accoglie
con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché appena giunge una tribolazione o persecuzione
a causa della parola, egli ne resta scandalizzato. Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola,
ma la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza  soffocano la parola ed essa non dà frutto.
Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende: questi dà frutto
e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta.>> (Mt 13, 1 – 23)
 
  

LASCIATI

nel greto della nostra intimità a volte le parole si prosciugano e il fiato non ha via d'uscita
momenti che si perdono così un libro aperto quando viene il buio e noi colpevoli di troppo aridità
lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può  senti come tremo perché sento
che tutto finisce qui lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può un ultimo saluto al nostro tempo e tutto finisce qui
è inutile comprendere perché a volte i pensieri si confondono e mischiano speranze e realtà
segnali che si perdono così un radar pronto quando chiude il cielo e noi colpevoli di troppa oscurità
lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può senti come tremo perché sento che tutto finisce qui lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può tienimi la mano perché sento
che tutto finisce qui
nel letto della nostra intimità a volte le parole si prosciugano… lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può senti come tremo perché sento che tutto finisce qui lasciati guardare un po' più a fondo - finché si può un ultimo saluto al nostro tempo e tutto finisce qui lasciati guardare un po' più a fondo senti come tremo perché sento che tutto finisce qui lasciati guardare un po' più a fondo tienimi la mano perché sento che tutto finisce qui
che tutto finisce qui
 
Subsonica - Lasciati (da Microchip Emozionale)
 
 
 

LA RAGAZZA CON LA VALIGIA

Chi mi conosce lo sa: posso essere tanto loquace quanto silenziosa e solitaria.

È un periodo che non trovo le parole (il Liga direbbe che ho perso le parole), nonostante gli accaduti e i pensieri si accavallino uno sull’altro, e si spingano – gomiti all’infuori – per emergere sulla punta delle labbra (o delle dita, vedetela come volete).

 

È iniziato un nuovo viaggio.

 

Strade che si lasciano guidare forte, poche parole, piogge calde e buio, tergicristalli e curve da drizzare
Strade che si lasciano dimenticare