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TI AMOQuante volte ho detto “ti amo”? Tante. Che a volte mi sembrano troppe, e a volte troppo poche. Il primo ti amo lo dici quasi per gioco, per vedere che effetto fa pronunciare quelle due parole. Quasi un po’ come da piccolo dire una parolaccia. Si aveva la stessa emozione, la stessa morsa allo stomaco di quando si sapeva di stare facendo qualcosa di proibito. E poi lo dici: “ti amo”, a quel ragazzino che tanto ti aveva colpito per il suo essere fuori dal gruppo, silenzioso e rumoroso allo stesso tempo. Glielo urli alle spalle quando capisci di aver fatto male. Per la prima, di tutte le altre volte. Col tempo, più che dirlo, vorresti sentirtelo dire. Perché inizi a capire che un po’ di peso quel verbo ce l’ha. E pronunciarlo equivale a dire “eccomi, sono nuda, davanti a te, disarmata. Mi lascio ferire senza reagire”. Per questo preferisci il silenzio e l’immobilità. Ferma per non ferire, ma soprattutto per non far male. Una gara a chi-lo-dice-per-primo. E se sei tu, sei una sfigata. Ci sono volte in cui sperperi “ti amo”, e volte in cui li risparmi. Crescendo, ti accorgi di quanto sia importante dirlo. E di quanto sia importante soprattutto sentirlo. E allora ci pensi, se quella è la volta buona, se è quello il momento giusto o ce ne potrebbe essere uno migliore. Ma capisci che i momenti migliori sono quelli in cui ti senti di dirlo, punto e basta, senza pensarci su. Ci sono stati ti amo sorridenti, e ti amo in lacrime, ti amo rabbiosi e duri, e ti amo dolci e pieni di tenerezza, ti amo per la prima volta, ti amo per sempre, ti amo che non riesci a spiegare, e ti amo che sai benissimo com’è, ti amo buttati lì subito, di getto, e ti amo che prima di dirlo ci pensi su mesi, ti amo pieni di paura quando ti accorgi che è proprio cosi (per fortuna o purtroppo) e ti amo che ti liberano.Ti amo, che rifarei tutto daccapo. Anzi no. PRIMO QUARTOArrivare a venticinque anni, quando di anni ne avevo più o meno un terzo, voleva dire essere già sposate, con figli (per non farsi mancare niente). Addirittura. E mi vedevo, donna in carriera, presa dal come far stare tutto nelle poche ora che dura la giornata, accanto ad un marito che non sarebbe potuto essere altro che il più bello, il più ricco, il più desiderato, il migliore dei padri e degli amatori. Avere venticinque anni, quando di anni ne avevo più o meno la metà, voleva dire avere già un piede nella fossa. Fatta, finita, senza nient’altro che la vita mi avrebbe potuto insegnare. Quando di anni ne avevo ventiquattro, quel numero in più, mi sembravano solo trecentosessantacinque giorni in più, dodici mesi trascorsi in un botto, più o meno nel vero senso della parola, cinquantadue settimane dove la situazione mi è giusto un attimo sfuggita di mano. E mi accorgo solo mentre parlo con mia nonna, e cerco di farle ricordare, impresa a dir poco impossibile, che quella nipote a cui lei ha insegnato a leggere e a scrivere, quella nipote che è un po’ come una terza figlia, quella nipote a cui portava pane e pomodoro fuori dalla scuola elementare, ecco, proprio lei, da lì a qualche giorno compirà il suo primo quarto di secolo. O meglio, come piace dire a me, inizierà il suo secondo quarto di secolo. E allora i venticinque mi sembrano l’età di Matusalemme. Ma non ci faccio più di tanto caso. Perché avere venticinque anni, è rendersi conto che le persone che ho vicino, quelle a cui a volte non do peso, quelle che è naturale che ci siano perché sono sempre state lì, sono le persone più preziose che ho, quelle che mi fanno stare bene. Arrivare a venticinque anni, è capire che di strada da fare ne ho ancora tanta, ed è talmente lunga che non riesco a vedere cosa c’è dietro la prossima curva. Ma riesco a vedere chi lo vedrà con me. Arrivare a venticinque anni e invece di finire, iniziare. Arrivare a venticinque anni e fermarsi lì.
(NO TITLE)Non ti ho chiesto niente. Ma mi hai presa - il tuo braccio intorno alle mi spalle - e hai lasciato che le mie braccia ti stringessero la vita. E hai lasciato che iniziassi a piangere in silenzio, bagnandoti il petto dalla parte del cuore.
![]() MY FAVORITE GAMEHo fatto il tuo gioco perché non so stare zitta. Mai. Ho preso l’ennesima inculata. Troppo cogliona – direbbe qualcuno. Troppo buona – dico io. Non tocca più a me. Non mi tocca più.
(NO TITLE)Sono tornata. Un po’ stanca, un po’ distrutta dal viaggio in nave tutt’altro che tranquillo. È stata una settimana importante. Molto. Quel sesto senso che mi fa già sapere come va a finire. Quel sesto senso che a volte vorrei zittire. Quel sesto senso che mi salva. Sono tornata. Sono pronta per ripartire. Finalmente davvero felice.
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